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01. Azione di riduzione dell'eredità


L'azione di riduzione è il rimedio processuale predisposto dall'ordinamento che può essere promossa esclusivamente dai legittimari, dai loro eredi o aventi causa, contro i destinatari delle disposizioni testamentarie o delle donazioni eccedenti la quota disponibile.
Affinché sia esperibile, è necessario che il legittimario leso nel proprio diritto accetti l'eredità pervenutagli con beneficio d'inventario, così da mantenere separati il patrimonio del de cuius e quello dell'erede.
I legittimari che propongono azione di riduzione hanno l'onere di determinare l'entità della lesione della propria quota di riserva, specificando altresì il valore della massa ereditaria e della quota di legittima stessa.
Nel caso in cui si accerti in via giudiziale la lesione della quota di legittima, la riduzione delle disposizioni testamentarie avviene proporzionalmente senza distinguere tra eredi e legatari; le donazioni, invece, vengono ridotte iniziando dall'ultima e risalendo via via a quelle anteriori.
Nel caso in cui la riduzione abbia come oggetto beni immobili donati o legati, si procede separando dall'immobile la porzione necessaria per integrare la quota di riserva, purché ciò possa avvenire comodamente; ad ogni modo, gli immobili e mobili registrati restituiti alla massa ereditaria sono liberi da ogni peso ed ipoteca da cui siano stati gravati dal restituente, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di riduzione.
Quel che rileva è il rispetto della quota di legittima in senso quantitativo e non anche qualitativo, potendo il testatore soddisfare le ragioni dei legittimari con beni di qualunque natura, purché appartenenti all'asse ereditario. Elemento degno di nota è la posizione del legittimario pretermesso: egli, infatti, non partecipa alla comunione ereditaria dal momento dell'apertura della successione e non è neppure ritenuto chiamato all'eredità fino a che non abbia agito in riduzione.

Art. 552, Cod. Civ. - Donazione e legati in conto di legittima
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Art. 553, Cod. Civ. - Riduzione delle porzioni degli eredi legittimi in concorso con legittimari
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Art. 563, Cod. Civ. - Azione contro gli aventi causa dai donatari soggetti a riduzione
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Art. 564, Cod. Civ. - Condizioni per l'esercizio dell'azione di riduzione
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Mancato esercizio dell'azione di riduzione e accrescimento delle restanti quote.
Cass. Civ, sez. Unite, Sentenza del 12 giugno 2006 n. 13524.
Con il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva Tizio ripropone la tesi secondo la quale il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte dei nipoti ex sorore comportava l'accrescimento (anche) in suo favore della quota di legittima agli stessi in teoria spettante.
Si tratta del problema con riferimento al quale la causa è stata assegnata a queste Sezioni Unite.
Questa S.C. ha avuto occasione di affermare che se più sono i legittimari (nell'ambito della categoria dei discendenti), ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non all'intera quota, o comunque ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri (non) facessero valere il loro diritto (sent. 22 ottobre 1975 n. 3500, 1978 n. 5611).
Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell'ambito di una stessa categoria.
Ad es., in base all'art. 542 primo comma, c.c., se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest'ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge; in base all'art. 542 secondo comma, c.c., quando, invece, i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la meta del patrimonio ed al coniuge spetta un altro quarto.
Con riferimento ad entrambe le ipotesi si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge pretermesso comporta che la legittima dell'unico figlio o dei più figli si "espanda", diventando rispettivamente pari alla metà o ai due terzi del patrimonio del de cuius, secondo quando previsto dall'art. 537, primo e secondo comma c.c..
Con riferimento alla ipotesi prevista dal primo comma dell'art. 542 c.c. si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte dell'unico figlio comporta la espansione della legittima del coniuge, in modo da farle raggiungere la misura prevista dall'art. 540, primo comma, c.c..
Con riferimento, infine all'ipotesi prevista dall'art. 542 secondo comma, c.c. si pone il problema se l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di uno solo dei figli comporta che la legittima allo stesso spettante debba essere determinata secondo quanto disposto dal primo comma.
La giurisprudenza di questa S.C. si mostrata favorevole alla tesi della c.d. espansione della quota di riserva con riferimento all'ipotesi di mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge superstite (sent. 26 ottobre 1976 n. 3888; 09 marzo 1987 n. 2434; 11 febbraio 1995 n. 1529).
Si è, in proposito, affermato (sent. 09 marzo 1987, cit.) che ... occorre tenere presente che, a norma dell'art. 521 c.c. la rinunzia all'eredità è retroattiva nel senso che l'erede rinunziante si considera come se non fosse mai stato chiamato all'eredità. E' dunque impossibile far riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione, dal momento che tale situazione è soggetta a mutare, per effetto di eventuali rinunzie, con effetto retroattivo. E' quindi alla situazione concreta che occorre far riferimento, e non a quella teorica, riferita al momento dell'apertura dalle vicende della successione, indipendentemente prodottesi in seguito; devesi dunque far riferimento agli eredi che concretamente concorrono nella ripartizione dell'asse ereditario e non a quelli che in teoria a tale riparto avrebbero potuto partecipare.
Tale orientamento è conforme a quanto sostenuto in dottrina, in cui ugualmente si è invocato il principio della retroattività della rinuncia fissato nell'art. 521 c.c. e si è sostenuto che un argomento a favore dello stesso sarebbe desumibile dall'art. 538 c.c., che regola la riserva spettante agli ascendenti "se chi muore non lascia figli legittimi", in quanto la norma dovrebbe applicarsi soltanto nel caso in cui l'ereditando non abbia avuto figli o questi siano tutti presenti o assenti; se invece sopravvivessero figli capaci di succedere e tutti rinunziassero, si dovrebbe concludere nel senso che o rimane ferma a beneficio degli ascendenti la quota riservata di due terzi stabilita dall'art. 537, oppure che non sorge alcun diritto di riserva in favore degli ascendenti, conclusioni, l'una e l'altra, evidentemente inammissibili.
Si tratta di un orientamento che il collegio ritiene di non poter condividere.
Appare, in primo luogo, inopportuno il richiamo agli effetti della rinuncia di uno dei chiamati in tema di successione legittima, secondo quanto previsto dagli artt. 521 e 522 c.c., per vari motivi.
Nella successione legittima il c.d. effetto retroattivo della rinuncia di uno dei chiamati e il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nel fatto che, diversamente, non si saprebbe quale dovrebbe essere la sorte della quota del rinunciante.
La situazione è ben diversa con riferimento alla c.d. successione necessaria.
Il legislatore, infatti, si è preoccupato di far sì che ad ognuno dei legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest'ultimo.
Mancando una chiamata congiunta ad una quota globalmente considerata con riferimento alla ipotesi di pluralità di riservatari (ed anzi essendo proprio la mancanza di chiamata ereditaria il fondamento della successione necessaria), da un lato, viene a cadere il presupposto logico di un teorico accrescimento, e, dall'altro, non esistono incertezze in ordine alla sorte della quota (in teoria) spettante al legittimario che non eserciti l'azione di riduzione: i donatari o gli eredi o i legatari, infatti, conservano una porzione dei beni del de cuius maggiore di quella di cui quest'ultimo avrebbe potuto disporre.
La lettera della legge, poi, costituisce un ostacolo insormontabile per l'adesione alla tesi finora sostenuta in dottrina ed in giurisprudenza.
Dalla formulazione degli artt. 537, primo comma ("se il genitore lascia"), 538, primo comma ("se chi muore non lascia"), 542, primo comma ("se chi muore lascia"), 542, secondo comma ("quando chi muore lascia"), c.c. risulta chiaramente che si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della porzione di riserva, alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione; non viene preso, invece, in considerazione, a tal fine, l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di alcuno soltanto dei legittimari.
Mancano, pertanto, le condizioni essenziali (esistenza di una lacuna da colmare e possibilità di applicare il principio ubi eadem ratio ibi eadem legis dispositio) per una estensione in via analogica delle norme in tema di successione legittima.
La tesi criticata, poi, sembra in contrasto con la ratio ispiratrice della successione necessaria, che non è solo quella di garantire a determinati parenti una porzione del patrimonio del de cuius, ma anche (come rovescio della medaglia) quella di consentire a quest'ultimo di sapere entro quali limiti, in considerazione della composizione della propria famiglia, può disporre del suo patrimonio può disporre in favore di terzi. E' evidente che l'esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all'apertura della successione, in funzione del numero di legittimari che dovessero esperire l'azione di riduzione.
Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota di riserva.
Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l'esercizio dell'azione di riduzione è soggetto all'ordinario temine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatoria, al contrario di quanto avviene con riferimento all'accettazione dell'eredità (art. 481 c.c.).
Ne consegue che all'apertura della successione ogni legittimario può esperire l'azione di riduzione solo con riferimento alla porzione del patrimonio del de cuius che gli spetterebbe in base alla situazione familiare di quest'ultimo a tale momento. Solo dopo la rinunzia all'esercizio dell'azione di riduzione da parte degli altri legittimari o la maturazione della prescrizione in danno degli stessi potrebbe agire per ottenere un supplemento di legittima, con evidente incertezza medio tempore in ordine alla sorte di una quota dei beni di cui il de cuius ha disposto per donazione o per testamento a favore di terzi.
Né utili argomenti a favore della tesi criticata possono desumersi dall'art. 538 c.c..
In primo luogo, nel ragionamento sopra trascritto è incomprensibile il riferimento ad una quota pari a due terzi riservata in favore dagli ascendenti dall'art. 537 c.c., dal momento che tale disposizione fa riferimento alla quota riservata ai figli legittimi o naturali.
Non si comprende, poi, perchè sarebbe inammissibile la conclusione (cui si perverrebbe aderendo alla tesi che il collegio ritiene preferibile) secondo la quale, ove sopravvivessero al de cuius figli legittimi e tutti rinunziassero non sorgerebbe alcun diritto di legittima a favore degli ascendenti.
Va, innanzitutto, rilevato che non è chiaro se la rinunzia viene riferita all'accettazione dell'eredità o all'esperimento dell'azione di riduzione.
Nel primo caso un problema di tutela degli ascendenti non si porrebbe neppure, in quanto in loro favore di aprirebbe la successione legittima ex art. 569 c.c., dovendo i figli legittimi, a seguito della rinunzia all'eredita, considerarsi come mai chiamati alla successione.
Nel secondo caso la esclusione della configurabilità di una quota di riserva in favore degli ascendenti sarebbe espressione della scelta del legislatore di garantire il conseguimento di una quota del patrimonio del de cuius solo ai parenti più prossimi (oltre che al coniuge) esistenti al momento dell'apertura della successione. I parenti di grado successivo, che sono considerati come legittimari solo in mancanza di quelli di grado più vicino, pertanto, non possono essere rimessi in corsa in caso di mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte di questi ultimi.
In definitiva, il legislatore ha considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell'intero suo patrimonio a favore di estranei nel caso in cui abbia solo discendenti o solo ascendenti; non ha considerato, invece, iniquo il fatto che rimangano fermi gli atti con i quali il de cuius, il quale lasci discendenti e ascendenti, abbia disposto dell'intero suo patrimonio a favore di estranei, nel caso in cui i discendenti (unici legittimari considerati) non esperiscano l'azione di riduzione.
Alla luce delle considerazioni svolte ai può, pertanto, concludere che ai fini della individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di legittimari e ai singoli legittimari nell'ambito della stessa categoria occorre fare riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione e non a quella che ai viene a determinare per effetto del mancato esperimento (per rinunzia o prescrizione) dell'azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari.
Alla luce delle considerazioni svolte è evidente che anche il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva va rigettato.
Carattere personale dell'azione di riduzione.
Cas. Civ., sez. 2, Sentenza del 30 ottobre 2008 n. 26254
Il riferimento poi della sentenza impugnata alla natura personale dell'azione di riduzione quale elemento ostativo alla pretesa delle appellanti di subentrare alla madre nell'esercizio di tale azione non solo si pone in contrasto con la richiamata previsione di cui all'articolo 557 c.c., comma 1, ma e' anche frutto di un fraintendimento delle implicazioni che conseguono dalla affermata natura personale di tale azione: invero il suo carattere personale evidenzia che essa compete in via autonoma al singolo che si ritenga leso nella propria quota individuale di legittima, con la conseguenza che l'accertamento della lesione e della sua entita' non deve farsi con riferimento alla quota complessiva riservata a favore di tutti i coeredi legittimari, bensi' solo alla quota di colui che si ritiene leso (Cass. 12.5.1999 n. 4698) ...
Prescrizione dell'azione di riduzione.
Cass. Civ., sez. Unite, Sentenza del 25 ottobre 2004 n. 20644.
...Secondo un orientamento il termine di prescrizione dell'azione di riduzione decorre dalla data di apertura della successione (sentenza 4230/1987, per la quale non ha rilievo l'individuazione del momento in cui il legittimario ha scoperto la lesione della propria quota di riserva; sentenza 25 11809/1997, per la quale non rilevano né l'eventuale ignoranza dell'esistenza di un testamento, né la circostanza che eventualmente il testamento olografo non sia in possesso del legittimario).
Secondo una più recente decisione (sentenza 5920/1999, la quale si ricollega alla sentenza 99/1970), invece, il termine di prescrizione dell'azione di riduzione inizia a decorrere dalla pubblicazione del testamento. Soltanto da tale momento, che determina una presunzione iuris tantum di conoscenza delle disposizioni lesive, i legittimari sono in condizione di fare valere il loro diritto e richiedere la riduzione delle disposizioni lesive della propria quota di riserva, atteso che da tale data, salvo prova contraria, sono a conoscenza della lesione. In base al combinato disposto degli artt. 620 e 623 c.c., in relazione all'art. 2935 c.c., secondo cui la prescrizione comincia a decorrere dal momento in cui il diritto può essere fatto valere, la riduzione delle disposizioni contenute in un testamento non può essere chiesta se le stesse non sono ancora a conoscenza di coloro che da quelle disposizioni hanno visto leso il proprio diritto di legittimari e a nulla rileva che il testamento sia esecutivo.
Tale decisione ha, poi, aggiunto che, anche se il testamento pubblico è eseguibile subito, e sin dall'apertura della successione (art. 61 legge notarile e a contrariis ex art. 623, comma 4, c.c.), la comunicazione agli eredi ed ai legatari prevista dall'art. 623 c.c. deve essere fatta a cura del notaio che il testamento ha ricevuto e solo dall'avvenuta pubblicazione può discendere una presunzione iuris tantum di conoscenza delle disposizioni in esso contenute.
Ritiene il collegio che nessuno degli orientamenti esposti meriti completa adesione.
In proposito sembra opportuno premettere due osservazioni.
In primo luogo, nessuna norma prevede che il termine (incontestabilmente quello decennale di cui all'art. 2946 c.c.) per esperire l'azione di riduzione decorra dalla data di apertura della successione.
In secondo luogo, un problema di individuazione del termine di decorrenza della prescrizione dell'azione di riduzione può porsi solo con riferimento alla lesione di legittima ricollegabile a disposizioni testamentarie.
Nel caso in cui la lesione derivi da donazioni, infatti, è indubbio che tale termine decorre dalla data di apertura della successione, non essendo sufficiente il relictum a garantire al legittimario il soddisfacimento della quota di riserva.
Diversa è la situazione che si presenta, invece, con riferimento alla ipotesi in cui la (potenziale) lesione della legittima sia ricollegabile a disposizioni testamentarie.
In tal caso, infatti, il legittimario, fino a quando il chiamato in base al testamento non accetta l'eredità, rendendo attuale quella lesione di legittima che per effetto delle disposizioni testamentarie era solo potenziale, non sarebbe legittimato (per difetto di interesse) ad esperire l'azione di riduzione.
Appare allora evidente che se manca la situazione di danno (accettazione dell'eredità da parte del chiamato in base al testamento) alla quale l'azione di riduzione consente di porre rimedio, non può decorrere il termine di prescrizione di tale azione.
Per potere eliminare la situazione di incertezza il legittimario potrà esperire nei confronti del chiamato all'eredità per testamento l'actio interrogatoria ex art. 481 c.c.
Alla luce di tali considerazioni appare evidente che non si può condividere l'orientamento di cui sono espressione le sentenze 4230/1987 e 11809/1997, in sostanziale applicazione del principio costantemente affermato da questa Suprema Corte secondo il quale, ai fini della decorrenza della prescrizione, non rilevano gli impedimenti di mero fatto all'esercizio del diritto.
Con la sola apertura della successione, infatti, non si è ancora realizzata la lesione di legittima e quindi mancano le condizioni di diritto perché possa iniziare a decorrere il termine per l'esperimento del rimedio predisposto dal legislatore per porre riparo a tale lesione.
L'orientamento in questione può essere ritenuto valido, alla luce del principio in precedenza richiamato in tema di interpretazione dell'art. 2935 c.c., nel senso che, successivamente alla accettazione dell'eredità da parte del chiamato in base a testamento, non costituisce ostacolo alla decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di riduzione la mancata conoscenza da parte del legittimario leso di tale accettazione dell'eredità.
Non può condividersi neppure l'orientamento espresso dalla più recente sentenza 5920/1999, a prescindere dalla considerazione che la decorrenza della prescrizione viene ricollegata ad una conoscenza delle disposizioni lesive della legittima desumibile in base ad una presunzione iuris tantum di cui non vi è traccia nella legge e che comunque manca di fondamento logico.
Per quanto riguarda il testamento pubblico, infatti, la comunicazione agli eredi e legatari da parte del notaio che l'ha ricevuto, prevista dall'art. 623 c.c., potrebbe in astratto valere come presunzione di conoscenza (salvo individuare le concrete conseguenze sul piano giuridico) per i destinatari di tale comunicazione, ma non per il legittimario leso in base a tale testamento.
Per quanto riguarda specificamente il testamento olografo, ricollegando l'inizio della prescrizione dell'azione di riduzione alla pubblicazione dello stesso, a prescindere dal fatto che anche in tal caso non viene chiarito quale sarebbe il fondamento logico di una presunzione di conoscenza da parte dei legittimari, non si tiene conto che:
a) tale pubblicazione può anche mancare (cfr. la sentenza di questa Suprema Corte 3636/2004);
b) tale pubblicazione deve essere richiesta da chi è nel possesso del testamento, che potrebbe essere - ed anzi spesso è - persona diversa dal chiamato all'eredità in base ad esso e quindi da essa non è desumibile una accettazione dell'eredità da parte del chiamato;
c) alla richiesta di pubblicazione del testamento olografo, anche ove dovesse provenire dal chiamato in base ad esso, non è necessariamente ricollegabile una accettazione dell'eredità, potendo essere fatta esclusivamente in adempimento dell'obbligo di cui all'art. 620, comma 1, c.c.
Alla pubblicazione del testamento può essere ricollegata, ai sensi dell'art. 475 c.c., l'accettazione dell'eredità (e, correlativamente, la decorrenza del termine di prescrizione per l'esperimento dell'azione di riduzione) solo ove il chiamato assuma espressamente nel relativo verbale la qualità di eredi.
Va, poi, aggiunto che la pubblicazione serve a dare legale esecuzione al testamento olografo, ma nulla esclude che il chiamato in base ad esso abbia compiuto in precedenza atti idonei a comportare l'accettazione dell'eredità e quindi la decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di riduzione.
Alla luce di tali considerazioni il ricorso principale, con il quale si censura la sentenza impugnata per avere fatto decorrere il termine per la prescrizione dell'azione di riduzione dalla data di pubblicazione del testamento olografo, va cassata, con rinvio, per un nuovo esame, alla Corte di appello di Napoli, anche per le spese del giudizio di legittimità, che si atterrà al seguente principio di diritto: «Il termine di prescrizione dell'azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell'eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima».
Quota di spettanza e mancato esperimento dell'azione di riduzione.
Cass. Civ., sez. unite, Sentenza del 12 giugno 2006 n. 13524.
Questa S.C. ha avuto occasione di affermare che se più sono i legittimari (nell'ambito della categoria dei discendenti), ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non all'intera quota, o comunque ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri (non) facessero valere il loro diritto (sent. 22 ottobre 1975 n. 3500, 1978 n. 5611).
Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell'ambito di una stessa categoria.
Ad es., in base all'art. 542 cod. civ., comma 1, se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest'ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un tutti gli altri (non) facessero valere il loro diritto (sent. 22 ottobre 1975 n. 3500, 1978 n. 5611).
Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell'ambito di una stessa categoria.
Ad es., in base all'art. 542 cod. civ., comma 1, se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest'ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge; in base all'art. 542 cod. civ., comma 2, quando, invece, i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio ed al coniuge spetta un altro quarto.
Con riferimento ad entrambe le ipotesi si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge pretermesso comporta che la legittima dell'unico figlio o dei più figli si "espanda", diventando rispettivamente pari alla metà o ai due terzi del patrimonio del de cuius, secondo quando previsto dall'art. 537 cod. civ., comma 1 e 2.
Con riferimento alla ipotesi prevista dal primo comma dell'art. 542 cod. civ., si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte dell'unico figlio comporta la espansione della legittima del coniuge, in modo da farle raggiungere la misura prevista dall'art. 540 cod. civ., comma 1.
Con riferimento, infine all'ipotesi prevista dall'art. 542 cod. civ., comma 2, si pone il problema se l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di uno solo dei figli comporta che la legittima allo stesso spettante debba essere determinata secondo quanto disposto dal comma 1.
La giurisprudenza di questa S.C. si è mostrata favorevole alla tesi della c.d. espansione della quota di riserva con riferimento all'ipotesi di mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge superstite (sent. 26 ottobre 1976 n. 3888; 9 marzo 1987 n. 2434; 11 febbraio 1995 n. 1529).
Si è, in proposito, affermato (sent. 9 marzo 1987, cit. ) cheoccorre tenere presente che, a norma dell'art. 521 c.c., la rinunzia all'eredità è retroattiva nel senso che l'erede rinunziante si considera come se non fosse mai stato chiamato all'eredità. E' dunque impossibile far riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione, dal momento che tale situazione è soggetta a mutare, per effetto di eventuali rinunzie, con effetto retroattivo. E' quindi alla situazione concreta che occorre far riferimento, e non a quella teorica, riferita al momento dell'apertura della successione, indipendentemente dalle vicende prodottesi in seguito; devesi dunque far riferimento agli eredi che concretamente concorrono nella ripartizione dell'asse ereditario e non a quelli che in teoria a tale riparto avrebbero potuto partecipare.
Tale orientamento è conforme a quanto sostenuto in dottrina, in cui ugualmente si è invocato il principio della retroattività della rinuncia fissato nell'art. 521 c.c. e si è sostenuto che un argomento a favore dello stesso sarebbe desumibile dall'art. 538 cod.
civ., che regola la riserva spettante agli ascendenti "se chi muore non lascia figli legittimi", in quanto la norma dovrebbe applicarsi soltanto nel caso in cui l'ereditando non abbia avuto figli o questi siano tutti presenti o assenti; se invece sopravvivessero figli capaci di succedere e tutti rinunziassero, si dovrebbe concludere nel senso che o rimane ferma a beneficio degli ascendenti la quota riservata di due terzi stabilita dall'art. 537 c.c., oppure che non sorge alcun diritto di riserva in favore degli ascendenti, conclusioni, l'una e l'altra, evidentemente inammissibili.
Si tratta di un orientamento che il collegio ritiene di non poter condividere.
Appare, in primo luogo, inopportuno il richiamo agli effetti della rinuncia di uno dei chiamati in tema di successione legittima, secondo quanto previsto dagli artt. 521 e 522 cod. civ., per vari motivi.
Nella successione legittima il c.d. effetto retroattivo della rinuncia di uno dei chiamati e il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nel fatto che, diversamente, non si saprebbe quale dovrebbe essere la sorte della quota del rinunciante.
La situazione è ben diversa con riferimento alla c.d. successione necessaria.
Il legislatore, infatti, si è preoccupato di far sì che ad ognuno dei legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest'ultimo.
Mancando una chiamata congiunta ad una quota globalmente considerata con riferimento alla ipotesi di pluralità di riservatari (ed anzi essendo proprio la mancanza di chiamata ereditaria il fondamento della successione necessaria), da un lato, viene a cadere il presupposto logico di un teorico accrescimento, e, dall'altro, non esistono incertezze in ordine alla sorte della quota (in teoria) spettante al legittimario che non eserciti l'azione di riduzione: i donatari o gli eredi o i legatari, infatti, conservano una porzione dei beni del de cuius maggiore di quella di cui quest'ultimo avrebbe potuto disporre.
La lettera della legge, poi, costituisce un ostacolo insormontabile per l'adesione alla tesi finora sostenuta in dottrina ed in giurisprudenza.
Dalla formulazione degli artt. 537 c.c., comma 1 ("se il genitore lascia"), 538 c.c., comma 1 ("se chi muore non lascia"), 542 c.c., comma 1 ("se chi muore lascia"), 542 c.c., comma 2 ("quando chi muore lascia"), risulta chiaramente che si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della porzione di riserva, alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione; non viene preso, invece, in considerazione, a tal fine, l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di alcuno soltanto dei legittimari.
Mancano, pertanto, le condizioni essenziali (esistenza di una lacuna da colmare e possibilità di applicare il principio ubi eadem ratio ibi eadem legis dispositio) per una estensione in via analogica delle norme in tema di successione legittima.
La tesi criticata, poi, sembra in contrasto con la ratio ispiratrice della successione necessaria, che non è solo quella di garantire a determinati parenti una porzione del patrimonio del de cuius, ma anche (come rovescio della medaglia) quella di consentire a quest'ultimo di sapere entro quali limiti, in considerazione della composizione della propria famiglia, può disporre del suo patrimonio può disporre in favore di terzi. E' evidente che l'esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all'apertura della successione, in funzione del numero di legittimar che dovessero esperire l'azione di riduzione.
Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota di riserva.
Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l'esercizio dell'azione di riduzione è soggetto all'ordinario termine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatoria, al contrario di quanto avviene con riferimento all'accettazione dell'eredità l'esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all'apertura della successione, in funzione del numero di legittimar che dovessero esperire l'azione di riduzione.
Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota di riserva.
Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l'esercizio dell'azione di riduzione è soggetto all'ordinario termine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatoria, al contrario di quanto avviene con riferimento all'accettazione dell'eredità (art. 481 cod. civ.). Ne consegue che all'apertura della successione ogni legittimario può esperire l'azione di riduzione solo con riferimento alla porzione del patrimonio del de cuius che gli spetterebbe in base alla situazione familiare di quest'ultimo a tale momento. Solo dopo la rinunzia all'esercizio dell'azione di riduzione da parte degli altri legittimari o la maturazione della prescrizione in danno degli stessi potrebbe agire per ottenere un supplemento di legittima, con evidente incertezza medio tempore in ordine alla sorte di una quota dei beni di cui il de cuius ha disposto per donazione o per testamento a favore di terzi.
Nè utili argomenti a favore della tesi criticata possono desumersi dall'art. 538 cod. civ. In primo luogo, nel ragionamento sopra trascritto è incomprensibile il riferimento ad una quota pari a due terzi riservata in favore dagli ascendenti dall'art. 537 cod. civ., dal momento che tale disposizione fa riferimento alla quota riservata ai figli legittimi o naturali.
Non si comprende, poi, perchè sarebbe inammissibile la conclusione (cui si perverrebbe aderendo alla tesi che il collegio ritiene preferibile) secondo la quale, ove sopravvivessero al de cuius figli legittimi e tutti rinunziassero non sorgerebbe alcun diritto di legittima a favore degli ascendenti.
Va, innanzitutto, rilevato che non è chiaro se la rinunzia viene riferita all'accettazionedell'eredità o all'esperimento dell'azione di riduzione.
Nel primo caso un problema di tutela degli ascendenti non si porrebbe neppure, in quanto in loro favore di aprirebbe la successione legittima ex art. 569 cod. civ., dovendo i figli legittimi, a seguito della rinunzia all'eredità, considerarsi come mai chiamati alla successione.
Nel secondo caso la esclusione della configurabilità di una quota di riserva in favore degli ascendenti sarebbe espressione della scelta del legislatore di garantire il conseguimento di una quota del patrimonio del de cuius solo ai parenti più prossimi (oltre che al coniuge) esistenti al momento dell'apertura della successione. I parenti di grado successivo, che sono considerati come legittimar solo in mancanza di quelli di grado più vicino, pertanto, non possono essere rimessi in corsa in caso di mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte di questi ultimi.
In definitiva, il legislatore ha considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell'intero suo patrimonio a favore di estranei nel caso in cui abbia solo discendenti o solo ascendenti; non ha considerato, invece, iniquo il fatto che rimangano fermi gli atti con i quali il de cuius, il quale lasci discendenti e ascendenti, abbia disposto dell'intero suo patrimonio a favore di estranei, nel caso in cui i discendenti (unici legittimari considerati) non esperiscano l'azione di riduzione.
Alla luce delle considerazioni svolte si può, pertanto, concludere che ai fini della individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di legittimari e ai singoli legittimari nell'ambito della stessa categoria occorre fare riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione e non a quella che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento (per rinunzia o prescrizione) dell'azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari.
Accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario e azione di riduzione.
Cass. Civ., sez. 2, Sentenza del 11 gennaio 2010, n. 240.
... la condizione della preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio d'inventario, stabilita dall'articolo 564 c.c., comma 1 per l'esercizio dell'azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualita' di erede (per disposizione testamentaria o per delazione "ab intestato"), e non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore. Condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima e' soltanto quella di essere tra le persone indicate dall'articolo 557 c.c. e cioe' di rivestire la qualita' di legittimario, mentre la condizione stabilita dall'articolo 564 c.c., comma 1, della preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio d'inventario, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualita' di erede. Infatti il legittimario totalmente pretermesso dall'eredita', che impugna per simulazione un atto compiuto dal "de cuius" a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualita' di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista solo in conseguenza del positivo esercizio dell'azione di riduzione, ai cui; fini non e' tenuto alla preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio di V inventario (nei sensi suddetti, tra le tante, sentenze 20/11/2008 n. 27556; 29/7/2008 n. 20562; 29/5/2007 n. 12496; 7/10/2005 n. 19527; 12/1/1999 n. 251; 9/12/1995 n. 12632; 1/12/1993 n. 11873).
Azione di riduzione e rinunzia.
Cass. Civ., sez. 2, Sentenza del 20 gennaio 2009, n. 1373.
La giurisprudenza di questa Corte insegna infatti che il diritto, patrimoniale (e percio' disponibile) e potestativo, del legittimario di agire per la riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva, dopo l'apertura della successione, e' rinunciabile, anche tacitamente, ma sempre che detta rinuncia sia inequivocabile (Cass. 2773/97). A questo scopo, la rinuncia tacita deve concretizzarsi in un comportamento inequivoco e concludente del soggetto interessato, che sia incompatibile con la volonta' di far valere il diritto alla reintegrazione (Cass. 4230/87).
Differenza tra l'atto di fondazione e l'azione di dotazione patrimoniale e applicabilità dell'azione di riduzione.
Corte di Cassazione Sezione 2 Civile, Sentenza del 8 ottobre 2008 n. 24813.
La netta bipartizione, operata nella dottrina e nella giurisprudenza risalenti, tra l'atto di fondazione, diretto alla creazione di un nuovo soggetto di diritto, e l'atto di dotazione patrimoniale in favore dello stesso, costituente il contenuto tipico del testamento, ha lasciato spazio, nelle elaborazioni successive, ad una diversa ricostruzione del fenomeno, caratterizzata da una sostanziale inscindibilita' fra i due momenti: sicche', come gia' affermato da Cass., sent. n. 2958 del 1967, quando in un testamento l'attribuzione di beni immobili ad una costituenda fondazione esaurisce tutto il legato, questo deve considerarsi lo strumento necessario per l'attuazione del fine e percio' inscindibilmente connesso col negozio di fondazione e privo di una propria autonomia.
Cosi' ricondotto ad unita' l'atto di fondazione, che si compone attraverso una compenetrazione dei due momenti, quello della volonta' di erezione dell'ente e quello dell'attribuzione patrimoniale - dell'atto di costituzione e di quello proprio di fondazione, in cui trova causa il primo, e che puo' dirsi realizzare un contenuto atipico del testamento, deve rilevarsi che esso presenta peraltro la caratteristica, che ha in comune con la istituzione di erede e con il legato, di costituire un atto a titolo gratuito, con la conseguenza della sua assoggettabilita' alle norme relative alla riduzione delle disposizioni lesive della legittima, ed a quelle relative all'azione di separazione dei beni spettante ai creditori del de cuius a norma dell'articolo 512 c.c., ma non a quelle sull'accettazione dell'eredita' con beneficio di inventario, non versandosi in materia di istituzione di erede o di legato.
Termine di prescrizione dell'azione di riduzione.
Cass, civ, sez. Unite, Sentenza 25 ottobre 2004, n. 20644
Con la sola apertura della successione, infatti, non si è ancora realizzata la lesione di legittima e quindi mancano le condizioni di diritto perché possa iniziare a decorrere il termine per l'esperimento del rimedio predisposto dal legislatore per porre riparo a tale lesione.
L'orientamento in questione può essere ritenuto valido, alla luce del principio in precedenza richiamato in tema di interpretazione dell'art. 2935 c.c., nel senso che, successivamente alla accettazione dell'eredità da parte del chiamato in base a testamento, non costituisce ostacolo alla decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di riduzione la mancata conoscenza da parte del legittimario leso di tale accettazione dell'eredità.
Non può condividersi neppure l'orientamento espresso dalla più recente sentenza 5920/1999, a prescindere dalla considerazione che la decorrenza della prescrizione viene ricollegata ad una conoscenza delle disposizioni lesive della legittima desumibile in base ad una presunzione iuris tantum di cui non vi è traccia nella legge e che comunque manca di fondamento logico.
Per quanto riguarda il testamento pubblico, infatti, la comunicazione agli eredi e legatari da parte del notaio che l'ha ricevuto, prevista dall'art. 623 c.c., potrebbe in astratto valere come presunzione di conoscenza (salvo individuare le concrete conseguenze sul piano giuridico) per i destinatari di tale comunicazione, ma non per il legittimario leso in base a tale testamento.
Per quanto riguarda specificamente il testamento olografo, ricollegando l'inizio della prescrizione dell'azione di riduzione alla pubblicazione dello stesso, a prescindere dal fatto che anche in tal caso non viene chiarito quale sarebbe il fondamento logico di una presunzione di conoscenza da parte dei legittimari, non si tiene conto che:
a) tale pubblicazione può anche mancare (cfr. la sentenza di questa Suprema Corte 3636/2004);
b) tale pubblicazione deve essere richiesta da chi è nel possesso del testamento, che potrebbe essere - ed anzi spesso è - persona diversa dal chiamato all'eredità in base ad esso e quindi da essa non è desumibile una accettazione dell'eredità da parte del chiamato;
c) alla richiesta di pubblicazione del testamento olografo, anche ove dovesse provenire dal chiamato in base ad esso, non è necessariamente ricollegabile una accettazione dell'eredità, potendo essere fatta esclusivamente in adempimento dell'obbligo di cui all'art. 620, comma 1, c.c.
Alla pubblicazione del testamento può essere ricollegata, ai sensi dell'art. 475 c.c., l'accettazione dell'eredità (e, correlativamente, la decorrenza del termine di prescrizione per l'esperimento dell'azione di riduzione) solo ove il chiamato assuma espressamente nel relativo verbale la qualità di eredi.
Va, poi, aggiunto che la pubblicazione serve a dare legale esecuzione al testamento olografo, ma nulla esclude che il chiamato in base ad esso abbia compiuto in precedenza atti idonei a comportare l'accettazione dell'eredità e quindi la decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di riduzione.
Alla luce di tali considerazioni il ricorso principale, con il quale si censura la sentenza impugnata per avere fatto decorrere il termine per la prescrizione dell'azione di riduzione dalla data di pubblicazione del testamento olografo, va cassata, con rinvio, per un nuovo esame, alla Corte di appello di ..., anche per le spese del giudizio di legittimità, che si atterrà al seguente principio di diritto: «Il termine di prescrizione dell'azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell'eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima».
Acquisto della qualità di erede successivamente al positivo esercizio dell'azione di riduzione.
Cass. Civ. sez. 2, Sentenza del 13 gennaio 2010, n. 368.
... il legittimario totalmente pretermesso dall'eredita' acquista la qualita' di erede solo in conseguenza del positivo esercizio dell'azione di riduzione (Cass. 15.6.2006 n. 13804; Cass. 29.5.2007 n. 12496), e' evidente che i figli ... (del de cuius, ndr) non avevano acquisito la qualita' di eredi di quest'ultimo; pertanto e' insussistente nella specie il presupposto oggettivo per l'operativita' della collazione, ovvero la comunione ereditaria sui beni relitti dal "de cuius", considerato che il diritto dei coeredi di chiedere la divisione ed il connesso diritto alla collazione postulano l'assunzione della qualita' di erede (Cass. 30.10.1992 n. 11831).
Azione di riduzione esercitata dal legittimario pretermesso.
Cass. Civ., sez. 2, Sentenza del 11 gennaio 2010, n. 240.
... questa Corte, in tema di esercizio dell'azione di riduzione di cui all'articolo 546 c.c., ha avuto modo piu' volte di affermare che il legittimario pretermesso non e' chiamato alla successione per il solo fatto della morte del "de cuius", potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l'esperimento delle azioni di riduzione. Ne consegue che la condizione della preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio d'inventario, stabilita dall'articolo 564 c.c., comma 1 per l'esercizio dell'azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualita' di erede (per disposizione testamentaria o per delazione "ab intestato"), e non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore. Condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima e' soltanto quella di essere tra le persone indicate dall'articolo 557 c.c. e cioe' di rivestire la qualita' di legittimario, mentre la condizione stabilita dall'articolo 564 c.c., comma 1, della preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio d'inventario, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualita' di erede. Infatti il legittimario totalmente pretermesso dall'eredita', che impugna per simulazione un atto compiuto dal "de cuius" a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualita' di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista solo in conseguenza del positivo esercizio dell'azione di riduzione, ai cui; fini non e' tenuto alla preventiva accettazione dell'eredita' con beneficio di V inventario (nei sensi suddetti, tra le tante, sentenze 20/11/2008 n. 27556; 29/7/2008 n. 20562; 29/5/2007 n. 12496; 7/10/2005 n. 19527; 12/1/1999 n. 251; 9/12/1995 n. 12632; 1/12/1993 n. 11873).
Attribuzione della quota residua al coerede che non specifica la parte dei beni di interesse.
Trib. Roma, Sez. 2 Civile, Sentenza del 3 febbraio 2010 n. 2558.
... costantemente la giurisprudenza ha affermato che nei giudizi concernenti lo scioglimento della comunione, la vendita dei beni costituisce una extrema ratio, cioè la soluzione da adottare quando nessun altra sia adottabile. Di conseguenza, qualora uno dei condividenti non abbia espresso preferenze in ordine ad alcuna quota ed altri condividenti abbiano, invece, specificato le loro richieste, l'accoglimento di queste ultime comporta che al condividente indifferente debba essere assegnata la quota residua, concludendosi così definitivamente la vicenda ed evitandosi (anche in relazione al principio della ragionevole durata del processo previsto dall'art. 111 Cost.) che il procedimento debba subire ulteriori scansioni e ritornare dinanzi al giudice per quella serie di operazioni sostanzialmente amministrative che, nella situazione descritta, sarebbero sovrabbondanti rispetto al petitum, (Trib. Roma sent. n. 35896 del 6/11/01; nello stesso senso Cass. sent. n. 1423 del 9/2/00, secondo cui l'art. 720 c.c. configura la vendita all'incanto degli immobili non divisibili come rimedio residuale, cui ricorrere solo quando nessuno dei condividenti possa o voglia giovarsi della facoltà di attribuzione; mentre la domanda di attribuzione impedisce che sia disposta la vendita).
Il frazionamento del bene non deve determinarne un sensibile deprezzamento
Trib. Roma, Sez. 2 Civile, Sentenza del 3 febbraio 2010 n. 2558.
... il principio di cui all'art. 727 c.c. impone, nella formazione delle porzioni, l'inclusione di una quantità di beni di uguale natura e qualità, in proporzione dell'entità di ciascuna quota, ma nei limiti della "comoda divisibilità" dei beni stessi, ai sensi dell'art. 720 c.c. Per consolidata giurisprudenza, detto requisito "postula sotto l'aspetto strutturale che il frazionamento del bene sia attuabile mediante determinazione di quote concrete suscettibili di autonomo e libero godimento che possano formarsi senza dover fronteggiare problemi tecnici eccessivamente costosi e sotto l'aspetto economico - funzionale che la divisione non comporti un sensibile deprezzamento del valore delle singole quote rispetto al valore dell'intero, tenuto conto della normale destinazione ed utilizzazione del bene stesso" (Cass. 2/02/1995 n. 1260; Cass. 24/11/98 n. 11891).
Ordine di applicazione dell'azione di riduzione.
Tribunale di Milano, Sentenza del 20 aprile 2006 n. 4761.
... legge (v., in particolare, artt. 558 e 559 ce) che stabilisce rigorosamente l'ordine secondo cui deve operarsi la riduzione delle disposizioni lesive di legittima, stabilendo che in primo luogo si riducono le disposizioni testamentarie e, in secondo luogo, le donazioni, cominciando dall'ultima e risalendo gradatamente alle donazioni anteriori. (sull'argomento cfr. Cass. Sez. 2A civ. sent. nr. 3500 del 22 ottobre 1975 ed anche Cass. sez, 2" civ. sent. nr. 3661 del 29 ottobre 1975)
Donazione remuneratoria è soggetta a riduzione.
Tribunale di Savona, sez. civile, Sentenza del 29 marzo 2006 n. 261.
... anche la donazione remuneratoria, la quale è vera e propria donazione perché di questa condivide i requisiti di sostanza e di forma, è soggetta a riduzione (Cass. 1/12/1993, n. (...).
Azione di riduzione e collazione.
Trib. Santa Maria Capua Vetere, sez. civ., Sentenza del 15 gennaio 2010 n. 93.
Relativamente all'azione di riduzione avanzata dalle attrici va innanzi tutto premesso che in materia di successione necessaria, ai fini della determinazione della porzione disponibile e delle quote riservate ai legittimari, occorre avere riguardo alla massa costituita da tutti i beni che appartenevano al de cuius al momento della morte - al netto dei debiti - maggiorata del valore dei beni donati in vita dal defunto (Cass. Civ., Sez. II, 20 gennaio 2009, n. 1373) e che, per accertare la lesione di legittima, è necessario determinare il valore della massa ereditaria e quello, quindi, della quota disponibile e della quota di legittima, che della massa ereditaria costituiscono una frazione, procedendo innanzi tutto alla formazione della massa dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell'apertura della successione, alla detrazione dal relictum dei debiti da valutare con riferimento alla stessa data, alla riunione fittizia (cioè, con operazione meramente contabile) tra attivo netto e donatum, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare secondo il loro valore al momento dell'apertura della successione in base agli art. 747 e 750 c.c. rispettivamente relativi ai beni immobili ed ai beni mobili, e con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro ex art. 751 c.c., calcolando, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma del valore del relictum al netto, e del valore del donatum, imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario con la conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (da ultimo, Tribunale Bari, Sez. I, 3 dicembre 2008, n. 2811).
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